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venerdì 25 maggio 2012

Teoria_Gruppo Strum, La città intermedia (1972)

La città intermedia da un senso al nostro ruolo. Come militanti e come tecnici, per partecipare alla costruzione della città intermedia, intendiamo essere presenti con il nostro bagaglio di nozioni, pronti a rispondere alle esigenze che le lotte pongono, a suggerire strumenti e comportamenti che ci sembrano efficaci ed opportuni dal nostro punto di vista. La nostra specializzazione disciplinare ogni giorno deve fare i conti con la realtà delle lotte e confrontare le direzioni di sviluppo del nostro discorso, radicato nella storia borghese, con le necessità concrete di difesa e di promozione di una strategia complessiva portata avanti dalla classe operaia con la sua lotta. *I fotoromanzi: La città intermedia, Utopia e Lotta per la casa furono fatti in due versioni in italiano allegati a Casabella e in inglese. Furono concepiti per la mostra del MoMa organizzata da Emilio Ambasz nel 1972 dal titolo Italy:the new domestic landscape Gruppo Strum Torino 1972 Pietro Derossi Giorgio Ceretti Carlo Giammarco Riccardo Rosso Maurizio Vogliazzo

domenica 29 aprile 2012

Radical City_il progetto curatoriale

Il tema che viene affrontato è la città come spazio di sperimentazione delle teorie espresse dall'architettura radicale italiana attiva dal 1963 al 1973, per molti anni esclusa dalla storia dell'architettura ufficiale, ad opera di Archizoom, Superstudio, UFO, Gianni Pettena, Ugo La Pietra, Pietro Derossi/Strum, 9999, Zziggurat. La mostra, curata dal critico di architettura Emanuele Piccardo, si pone l'obiettivo di riscrivere una pagina importante dell'architettura italiana che ha influenzato le generazioni future di progettisti da Zaha Hadid a Bernard Tschumi, da Rem Koolhaas a Winy Maas. La mostra è suddivisa in quattro aree tematiche: il contesto, la teoria, la piazza, la discoteca.
Il contesto nel quale si inserisce l'architettura radicale, termine coniato all'epoca dal critico Germano Celant, è quello degli anni Sessanta: la rivoluzione sessuale, il cambio di gusto dei giovani, l'invenzione della minigonna, le occupazioni delle Facoltà universitarie per una migliore didattica, gli scioperi e le lotte operaie contro i padroni, l'ondata rivoluzionaria proveniente dal campus californiano di Berkeley e le proteste contro la guerra in Vietnam. Inoltre risulta fondamentale il pensiero di alcuni intellettuali come Henry Lefebvre e il suo Diritto alla Città o i Quaderni Rossi di Mario Tronti. Non secondaria è stata la crisi del ruolo dell'architetto nella società con la fine del Movimento moderno, così come la nascita di nuove correnti artistiche in Italia, come l'Arte povera, l'Arte cinetica e programmata, in Europa con la Pop Art in Inghilterra; la Land Art, l’Arte concettuale e l'invenzione dell'happening, ad opera di Allan Kaprow, negli USA.
Zziggurat, Città lineare, Firenze 1969 La teoria viene espressa dai progetti teorici dei gruppi radicali che rappresentano la deriva della metropoli degli anni Sessanta nella logica del mercato e del consumo, ancora oggi prepotentemente in atto. Verranno presentati i progetti del Monumento Continuo dei Superstudio, la No Stop City degli Archizoom, la Mediatory City del Gruppo Strum e la Città lineare degli Zziggurat.
UFO, Urboeffimero, Firenze 1968 La piazza è lo spazio pubblico per eccellenza dove si manifesta il conflitto sociale e politico. Viene eletta dai radicali come luogo per sperimentare nuove forme di rappresentazione del conflitto attraverso modalità e azioni vicine alle performance e agli happening degli artisti. Ancora oggi la piazza è ritornata centrale per l'affermazione della propria identità e del desiderio di libertà. In questa sezione verranno presentate le opere di UFO, Gianni Pettena, Ugo La Pietra e 9999.
Pietro Derossi, Giorgio Ceretti,Piper Pluriclub, Torino 1966 La discoteca La discoteca è quel luogo dove i giovani possono esprimere la loro creatività al pari dei coetanei inglesi e americani. E' lo spazio del coinvolgimento sensoriale che viene progettato e realizzato da gran parte degli architetti radicali, a partire dal corso di Arredamento e Architettura degli Interni che Leonardo Savioli conduce alla Facoltà di Architettura di Firenze. Pietro Derossi realizza a Torino il famoso Piper Pluri Club; Superstudio il Mach2 e i 9999 lo space Electronic a Firenze mentre gli UFO realizzano il Bamba Issa in Versilia, e Ugo La Pietra il Bang Bang a Milano. L'avventura architettonica radicale si è sviluppata a Firenze, che è stato il centro propulsore, anche per il grande numero di gruppi e singoli architetti che hanno animato il movimento, ma soprattutto per il sostegno di Leonardo Ricci e Leonardo Savioli che, insieme a Umberto Eco e Giovanni Klaus Konig, hanno sostenuto dall'interno dell'accademia universitaria, l'onda del cambiamento generazionale; successivamente il movimento si è sviluppato a Torino dove emergeva Pietro Derossi e i suoi futuri compagni del gruppo Strum (Ceretti, Giammarco, Vogliazzo, Rosso), grandi animatori culturali, quando nel 1969 organizzarono il convegno Utopia e/o Rivoluzione, al quale parteciparono, tra gli altri, Paul Virilio, Yona Friedman, Paolo Soleri e i francesi Utopie. Contemporaneamente a Milano operava come radicale Ugo La Pietra e con finalità differenti, più da promotori e divulgatori del movimento, Ettore Sottsass e Fernanda Pivano attraverso la rivista Pianeta Fresco e Alessandro Mendini, prima nella direzione della rivista Casabella e poi di Domus. Un altro aspetto importante della cultura alternativa dei Sessanta è stata l'autoproduzione di pubblicazioni e pamphlet, che artisti e architetti radicali realizzavano in occasione di eventi ed happening e dei quali la mostra renderà la giusta visibilità. In contemporanea all'esposizione sono previsti incontri e conferenze pubbliche sui temi della mostra e la loro attualità nel dibattito politico e architettonico contemporaneo. In occasione della mostra Radical City nel prossimo mese di settembre 2012 si terrà presso il The Florence Institute of Design International un workshop tra gli studenti della scuola e gli architetti radicali a cura di Lapo Binazzi ed Emanuele Piccardo. Info www.florence-institute.com

martedì 20 ottobre 2009

Dopo la rivoluzione. Azioni e protagonisti dell'architettura radicale italiana 1963-1973



In arrivo a fine novembre il dvd Dopo la rivoluzione. Azioni e protagonisti dell'architettura radicale italiana 1963-1973, prodotto da plug_in con il progetto grafico di Artiva Design. La ricerca raccoglie 11 interviste ai protagonisti della neo avanguardia italiana, poi definita da Celant "radicale".
Sono stati intervistati:
Bruno Orlandoni
Brunetto De Batté
Archizoom/Andrea Branzi+Lucia e Dario Bartolini
Superstudio/Cristiano Toraldo di Francia
UFO/Lapo Binazzi
Gianni Pettena
Ugo La Pietra
Gruppo Strum/Pietro Derossi
9999/Carlo Caldini + Giorgio Birelli
Zziggurat/Alberto Breschi

Il Triennale Design Museum di Milano, nell'ambito di VideoAgorà, dedica dal 26 novembre al 17 dicembre 2009, tutti i giovedì alle ore 19 le proiezioni delle interviste monografiche.

venerdì 5 giugno 2009

Pietro Derossi/Gruppo Strum




L'intervista, cosi come tutte quelle che verranno pubblicate nel blog, fanno parte del progetto di ricerca sui protagonisti dell'architettura radicale italiana da me condotta dal 2005 al 2008. L'intero progetto uscirà in dvd a settembre 2009.

martedì 19 maggio 2009

Bruno Orlandoni, Amarcord

Caro Emanuele
Vista la tua temeraria decisione di aprire un blog sull’Archi. Rad. ti mando un piccolo contributo della serie Amarcord partendo da cose avvenute al riguardo in questi giorni, qui a Torino.
Come ti avevo detto, un paio di settimane fa (martedì 5 maggio 2009) hanno inaugurato una piccola mostra di cose radicali di UFO, Archizoom, Pettena e Superstudio alla Galleria Martano e il giorno dopo, alla Facoltà d’Architettura, si è tenuto un incontro dibattito sul tema, presenti Binazzi, Pettena e Frassinelli.
Sono andato ad entrambe le cose e ti relaziono un po’ su cosa ho visto.
Il tutto mi è parso abbastanza deludente, a parte il piacere di rivedere Lapo e il Pettena dopo 35 anni e di rivederli in ottima forma.
Per il resto picche. La mostra è decisamente povera. Lì la colpa è della galleria che sulla cosa evidentemente non ha investito una lira senza aver la più pallida idea di cosa aveva sotto mano: tanto per dire, anche solo la saletta che ho visto un paio di anni fa al Beaubourg, pur con molta meno roba, mi è sembrata molto più ricca ed efficace.
Quanto al dibattito, mah?! Le persone più quadrate e a posto mi sono sembrate proprio Lapo, Pettena e Frassinelli. Tutti gli altri intervenuti, detto fuori dai denti, mi son parsi non sapere bene di cosa stavano parlando. Cercherò di mettere a fuoco un paio di problemi.
Si continua a parlare di fiorentini e basta. Un po’ è anche colpa loro che già quando li frequentavo 35 anni fa pretendevano di spacciarsi come unici e inimitabili. Così facendo però si perde completamente di vista la dimensione reale del fenomeno. All’incontro dell’altro giorno Pettena ha anche cercato un po’ di dirlo, ma con non sufficiente convinzione e con molto poco seguito. I radicali fiorentini sicuramente hanno rappresentato la punta di diamante dell’Archi. Rad. e in Italia sono di certo quelli che l’hanno qualificata nella maniera più vistosa, ma se si dimentica che eventi di quel tipo, più o meno a rimorchio, o più o meno autonomi, avvenivano anche a Milano, Torino o nelle facoltà di architettura occupate, si perde davvero la bussola e non si capisce più niente.
A Torino, come ti avevo raccontato quando eri venuto a trovarmi, già nel 1969, in occasione di Utopia e/o Rivoluzione, avevamo avuto occasione di vedere insieme Archizoom e Archigram, oltre ai vari, Friedman, Jungman (allora membro del gruppo Utopie), Virilio tutto vestito di nero che pontificava come un De Gaulle in sedicesimo (date le differenze di statura), Soleri – che tra l’altro proprio a Torino si era laureato – che sparava cazzate a dritta e manca. De Rossi, promotore del convegno insieme all’Unione Culturale, aveva anche provveduto a fornire una bella contestazione al tutto (usava così, se non c’era contestazione non era abbastanza in), affidata dalla neonata “Assemblea Teatro”, un gruppo di teatro di strada che poi di strada ne ha fatta molta, che aveva praticamente sequestrato i congressisti nell’aula magna della facoltà, al Valentino. Alle congressiste si offrivano mazzi di ortiche e per entrare nella sala del congresso si doveva passare sopra i corpi dei teatranti, coricati per terra a mo’ di “tappeto natura”: Gilardi già allora andava per la maggiore a Torino, ed era amico di Alberto Salza (erano vicini di casa), uno dei fondatori dell’Assemblea Teatro. Da Londra erano arrivati alcuni studenti che avevano piantato le tende (in senso letterale) nel giardino della facoltà, tra la capanna sull’albero costruita dal gruppo dei “Vikinghi” e la vasca dei pesci rossi che chiamavamo “Mao Beach”, dove Sandro Lenite si tuffava in 40 centimetri d’acqua dall’alto del suo metro e novanta e oltre di altezza. Non molto tempo dopo, al massimo un anno, si sarebbe tenuta una memorabile sessione d’esame passata alla storia come “sessione dei palloncini”. Cinquanta persone avrebbero sostenuto l’esame di Composizione architettonica II con tre progetti diversi, che non saprei se definire più sadici o più ironici. Uno dei progetti era un monumento al capitale: ne avevano costruito un modello in scala ridotta e Carlo Mollino, titolare della cattedra di Composizione, era stato invitato ad entrarci tagliando un nastro tricolore in una cerimonia di inaugurazione demenziale. Mollino non sapeva se schiumare di rabbia o se divertirsi. Credo che sotto sotto abbia avuto il sentore, per una volta, di essere superato in avanti da qualcosa che non capiva e quindi non sapeva controllare: di aver trovato degli enfants gatés più gatés di lui.
Un altro progetto era un asilo nido. Diffuso su scala territoriale era costituito di tante cellule collegate da un bambinodotto. Infilavi il bambino nel tubo, schiacciavi un bottone ed un sistema pneumatico risucchiava la creatura portandola fino al suo asilo. Gli esaminandi avevano avvertito della cosa amici e parenti invitando tutti ad intervenire, soprattutto portandosi dietro tutti i bambini piccoli disponibili, ai quali si erano regalate autentiche mongolfiere di palloncini in una baraonda micidiale. Tra i molti altri “esaminandi” spiccavano Franco Audrito, già fondatore dello Studio 65 e che poi avrebbe messo la testa a posto andando a lavorare per gli arabi sul golfo, e Mario Virano, che tutti quanti oggi sentiamo citare nei suoi tentativi – tanto improbi quanto generosi – di far quadrare le questioni valsusine tra TAV e NOTAV.
Più avanti ancora – io stavo già lavorando alla tesi sull’architettura radicale – il solito De Rossi sarebbe riuscito a trascinare a Torino un’intera colonia di londinesi targati Architectural Association. Era arrivato Boyarski, allora direttore dell’A.A., portandosi dietro Tschumi, allora docente, con Nigel Coates e Jenny Lowe, allora studenti. Da Lucca, dove stava conducendo un seminario residenziale A.A. in una villa rinascimentale, era arrivato Paul Oliver con altri studenti. E poi altri ancora. E ti cito solo alcune delle cose che ricordo, evitando per carità di patria quelle di cui ero stato protagonista io con i compagni del gruppo di cui facevo parte (che si chiamava M333).
Così a Firenze non si può dimenticare il ruolo di appoggio svolto da Savioli e da Ricci. Come non si possono dimenticare i continui viaggi a Londra o – per chi poteva – in America.
La sindrome politica che colpì quasi tutti come un’epidemia, purtroppo, ha poi cancellato tutto questo versante di quegli anni, che invece fu importantissimo e bellissimo. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se fossimo stati capaci di insistere di più su questo aspetto culturale “floreale” del ’68, contrastando il cattocomunismo dilagante dei marxisti/leninisti alla “servire il pollo”. Saremmo riusciti ad evitare o almeno a ridurre le derive degli anni di piombo? Saremmo riusciti ad evitare la conquista sistematica di tutte le facoltà di architettura da parte della cultura da condominio dei Gabetti e dei loro innumerevoli cloni? Probabilmente no. Quello che è certo è che oggi la situazione della cultura universitaria italiana mi pare veramente catatonica. Francamente arretrata rispetto ad allora. Che le punte dell’architettura mondiale di questi ultimi vent’anni vanno tutte cercate all’estero. Che se si vuole un quadro veramente significativo e completo di quegli anni bisogna cercarlo in cataloghi francesi come “Les années pop” del Beaubourg, o inglesi come “Summero of love” della Tate Liverpool.
All’incontro dell’altro giorno Pettena ha avuto un momento di straordinaria lucidità quando rivolgendosi agli studenti presenti in sala ha fatto osservare come la vera facoltà di architettura dovrebbero essere loro, non i docenti. 35 anni fa la tesi sull’architettura radicale io e Paola dovemmo praticamente imporla alla facoltà: da studenti. Può sembrare retorico ma il diritto di imporla ce lo eravamo conquistato a spese nostre con le lotte degli anni precedenti, consapevoli proprio del fatto che “noi eravamo la facoltà di architettura”. Allora trovammo uno spirito libero come Mario Federico Roggero che accettò la nostra idea organizzandoci una sorta di coorte di supporto in cui entravano da Carlo Olmo a Maurizio Vogliazzo, da De Rossi ad Elena Tamagno, da Giammarco a Tosoni. Allora tutti assistenti, a vari titoli coinvolti nei vari passaggi londinesi di cui la facoltà era teatro. Già solo tre o quattro anni dopo un’operazione di questo tipo sarebbe stata probabilmente impossibile.
Ultima notazione poi chiudo. Nell’incontro dell’altro giorno tutti – un poco meno i fiorentini – hanno fatto un gran parlare di design. E il design di qua, e il design di là, e il design radicale ecc. ecc.
Ora quando nell’inverno tra il 1970 e il 1971 con Paola cominciammo a lavorare alla tesi, ce ne andammo a Firenze e nel giro di una quindicina di giorni incontrammo Gilberto Corretti degli Archizoom, Adolfo Natalini dietro alla sua scrivania tutta quadrettata, Gianni Pettena, poi Titti Maschietto e Lapo Binazzi nel chiostro della facoltà d’architettura dove qualche anno prima gli UFO avevano sostenuto la loro gloriosa tesi di Laurea, e ancora Fabrizio Fiumi in quella bolgia assordante che era lo Space Electronic. Ebbene per quanto mi ricordo non uno di loro pronunciò (mai) la parola design. Neppure per sbaglio. E così fu per un certo numero di altre occasioni successive. Tutti quanti, noi con loro, parlammo sempre e solo di “architettura”. Del resto, a ben pensarci, nel 1970 nelle facoltà di architettura italiana la disciplina “industrial design” neppure esisteva. E anche Italy the new domestic landscape è solo della tarda primavera del 1972. Certo si immaginava ben che quello era uno dei possibili sbocchi del discorso e la cosa interessava a dei giovani che da studenti diventavano professionisti e dovevano pensare a sbarcare il lunario anche sul piano economico. Ma perché il design diventi un vero e proprio leit motiv dei radicali – a questo punto davvero quasi solo più dei fiorentini – bisogna arrivare al momento in cui Branzi entra al centro progetti della Montefibre e alla fondazione della Global Tools. A ben guardare il design è stato la fortuna per Branzi e la tomba per l’architettura radicale nel suo insieme. Molti hanno detto – e in parte è vero – che il libro mio e di Paola nel 1974 di fatto era già un epitaffio. L’architettura radicale è tutta prima ed è – piaccia o non piaccia – architettura, non design. Come hanno capito – molto meglio degli italiani – gli austriaci, gli inglesi, e ora anche i francesi.
Dopo non mi pare sia più successo granché dalle nostre parti. E difatti i radicali, a partire dallo stesso Branzi, sono chiamati in giro a raccontare quello che avevano fatto allora. Non quello che hanno fatto dopo o che stanno facendo adesso.
Rimando eventuali altri scavi nella memoria ad altre prossime puntate.
Ciao ciao. Bruno Orlandoni

venerdì 15 maggio 2009

Architettura radicale

strum
Gruppo Strum, fotoromanzi realizzati in occasione della mostra “Italy: the new domestic landscape” (1972)

Nel 1963 le facoltà di architettura di Milano, Torino e Roma vengono occupate, sono le prime agitazioni in cui viene contestato al sistema accademico l’assenza della didattica e della ricerca.
Il rifiuto del movimento moderno, verificatosi già a partire dagli anni cinquanta con la nascita del New Brutalism in Inghilterra ad opera di Alison e Peter Smithson e del Team X, pone la questione dello stile che viene combattuto dalle giovani generazioni. Firenze insieme a Torino sarà il fulcro della contestazione al sistema, e vedrà nella città fiorentina l’affermazione della sperimentazione degli architetti, solo successivamente definiti radicali dal critico Germano Celant, sia dentro che fuori l’università. Il clima internazionale favorevole alla contestazione del modello di società dominante proponendone uno alternativo si sviluppa anche in Francia, Inghilterra e USA (qui nel ’64 si aprono le contestazioni nel campus di Berkeley in California). La politicizzazione eccessiva in Francia non determina l’esplosione di gruppi e singoli architetti, ad eccezione di Utopie Group (l’unico gruppo che compie azioni e performance nello spazio pubblico), mentre a Firenze nascono i collettivi Archizoom e Superstudio, Ufo, 9999, Gianni Pettena, Zziggurat, a Milano Ugo La Pietra e a Torino Gruppo Strum (Gruppo Strumentale all’architettura).

Dopo quarant’anni Firenze dialoga con il passato scomodo, ospitando nei sotterranei del brunelleschiano Ospedale degl’Innocenti, la mostra Archizoom associati 1966-1974: dall’onda pop alla superficie neutra, risultato della ricerca dello storico dell’architettura Roberto Gargiani, docente all’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna, realizzata con la collaborazione dell’Ecole, del CSAC di Parma e dell’Assessorato all’urbanistica di Firenze. Numerosi sono stati i tentativi di organizzare mostre sull’architettura radicale andati miseramente a vuoto, va dato atto all’amministrazione comunale di aver sostenuto questa importante mostra che definisce, attraverso un percorso cronologico e non critico, la storia di Archizoom.

“Nel 1966 quando ci siamo laureati io, Gilberto Corretti, Paolo Deganello e Massimo Morozzi abbiamo fondato Archizoom-afferma Andrea Branzi- successivamente si sono uniti Lucia e Dario Bartolini. In Italia c’era un grande rinnovamento generale della cultura e della politica e constatavamo che il mondo del progetto era rimasto molto indietro, così abbiamo iniziato a muoverci. Noi non abbiamo mai condiviso l’idea che la politica fosse una categoria di riferimento, era la politica che doveva adeguarsi al cambiamento del mondo. Claudio Greppi, uno dei primi teorici del pensiero marxiano-continua Branzi- ha molto influenzato il nostro operare così come la musica e la pop art che l’abbiamo interpretata in modo critico proprio a partire da quel realismo duro che leggevamo dietro essa; un fenomeno che non era giocoso, ma duro documento della realtà.” Archizoom con i coetanei Superstudio realizza la I mostra di Superarchitettura nel ’66 nella Galleria Jolly 2 a Pistoia, riproposta al salone del Mobile lo scorso anno alla Galleria Sozzani ricostruita dal Centro Studi Poltronova,l’azienda produttrice di mobili di design fondata da Sergio Camilli nel ‘57 sotto la direzione di Ettore Sottsass jr. In questa occasione vengono presentati gli oggetti di design prodotti da Archizoom come la superonda, esposta anche nella mostra fiorentina,un divano sinuoso a forma di onda di colore rosso che ne enfatizza la sua appartenenza alla cultura pop.

9999
9999 (Giorgio Birelli, Carlo Caldini, Fabrizio Fiumi, Paolo Galli), proiezioni sul Ponte Vecchio a Firenze, 1968

“Sul piano ideologico si interpreta la cultura pop in chiave provocatoria risolvendo la provocazione su di un piano puramente teorico-come scrivono Bruno Orlandoni e Paola Navone, in Architettura Radicale, l’unico e finora insuperato testo critico sulle neo-avanguardie radicali, pubblicato da Alessandro Mendini nei Documenti di Casabella nel ’74-la superarchitettura-affermano Archizoom e Superstudio- è l’architettura della superproduzione, del superconsumo, della superinduzione al consumo, del supermarket, del superman, e della benzina super. La superarchitettura accetta la logica della produzione e del consumo e vi esercita una azione demistificante”. In queste affermazioni si può leggere anche l’origine del pensiero di Archizoom rivolto al presente e non all’utopia. E’ il clima culturale che determina la nascita di Archizoom e dei coetanei Superstudio che “nasce con l’alluvione di Firenze- afferma Cristiano Toraldo di Francia del Superstudio_le foto dell’alluvione ci restituiscono un’immagine della città differente immersa in un fluido melmoso, una situazione dinamica che separava la scatola architettonica dalla sua base…Perchè a Firenze la nascita dei radicali? Firenze è anche la patria di Michelangelo e del manierismo, ossia di una rivolta contro regole fisse e stabilite, e l’antirinascimento è l’altra faccia della città. I preti operai, il sindaco La Pira, i quaderni rossi di Mario Tronti hanno influenzato notevolmente il nostro pensiero”.

navone

Nel frattempo le agitazioni studentesche iniziano a smuovere la situazione sul fronte docenti, è così che Leonardo Savioli, insegna arredamento e architettura degli interni mentre Leonardo Ricci elementi di composizione. I due architetti fiorentini saranno dei formidabili apripista verso la sperimentazione che, sostenuti dai giovani studenti tra i quali Paolo Deganello, Carlo Chiappi, Paolo Marliani, Andrea Branzi, Gilberto Corretti e Cristiano Toraldo di Francia (Superstudio), cambieranno la didattica e la ricerca a partire dall’esercitazione condotta da Savioli sul tema degli spazi per il divertimento come i Pipers nell’anno 1966-67. Altre figure sono importanti nella formazione dei giovani gruppi radicali, l’artista e musicista Giuseppe Chiari (Fluxus), Umberto Eco, docente di semiologia, gli storici dell’architettura Leonardo Benevolo e Giovanni Koenig, gli architetti Ludovico Quaroni e Adalberto Libera tutti docenti alla facoltà di architettura di Firenze.

UFO
UFO, Urboeffimero 1968

L’importanza di figure come Quaroni e Libera sono state evidenziate da Paolo Deganello durante la presentazione della mostra di Archizoom che, nonostante la buona volontà del curatore Gargiani, non appare convincente soprattutto per la totale assenza del contesto politico e culturale degli anni sessanta, errore di impostazione metodologica, necessario alla comprensione del fenomeno radicale.
Radex, eliocopie, plastici, poltrone e vestiti provenienti in gran parte dal Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’università di Parma, fondato da Arturo Carlo Quintavalle, rappresentano il corpus dell’esposizione insieme agli straordinari fotomontaggi della No-Stop City. “La realtà era costituita da un universo di merci- prosegue Branzi -dove le qualità tradizionali, antropologiche e umanistiche del progetto, vengono meno e la No-stop city nasce da una società alienata in cui guardiamo il mondo così com’è non come dovrebbe essere. Il nostro non è mai stato un movimento utopico ma abbiamo sempre teorizzato un’utopia conoscitiva”.

la pietra
Ugo La Pietra, Sistema disequilibrante, Campo urbano, 1968

Questa preveggenza si è dimostrata veritiera se guardiamo le metropoli contemporanee dove il caos regola lo sviluppo urbano, quarant’anni fa gli Archizoom avevano individuato i germi di un virus che si è espanso a livello globale. Il pensiero radicale, osteggiato dal contesto fiorentino accademico, non trova altra via di fuga che il design, allora inesplorato, e particolari coincidenze determinarono la visibilità internazionale dei gruppi. Ruolo centrale venne svolto dalla rivista Casabella, soprattutto durante la direzione Mendini, in cui Branzi scriveva le radical notes, e molti architetti e designer radicali ebbero l’occasione di pubblicare i progetti aprendo così una finestra sul movimento che li metterà in contatto con gli inglesi Archigram, il gruppo degli austriaci Hans Hollein, Coop Himmelblau, Walter Pichler, Haus Rucker Co. Proprio l’attuale direttore di Casabella, Francesco Dal Co, responsabile della collana Electa architettura, la pubblicazione della ricerca svolta da Gargiani su Archizoom.
Ciò dimostra che forse il vento è cambiato in quanto l’architettura radicale non ha avuto molte fortune critiche, completamente assente dai testi di storia dell’architettura, perchè scomoda, solo negli ultimi dieci anni è ritornata protagonista. Sono stati i francesi con le acquisizioni del Centre Pompidou delle opere (disegni e oggetti) di Archizoom, Superstudio, UFO, Strum, Pettena, 9999 e per il lavoro svolto da Marie Ange Brayer al Frac d’Orleans che ha promosso iniziative culturali (mostre e conferenze) sui protagonisti dell’architettura radicale, nel valorizzare l’architettura delle neo-avanguardie per troppo tempo dimenticata. Anche se, la critica che si può sollevare all’operato francese è una certa superficialità nell’evitare di contestualizzare, dal punto di vista sociale e politico, l’intera esperienza radicale; ciò determina un clamoroso errore storiografico, così come la verifica delle affermazioni dei singoli protagonisti che un curatore/storico deve sempre fare per avere un quadro preciso della situazione oggetto di studio.

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Superstudio, Monumento continuo 1969

Ancora una volta, però, è doveroso sottolineare l’assenza delle nostre istituzioni nella valorizzazione dei radicali, nonostante le fanfare mediatiche del Maxxi, una sensibilità che avremo voluto dalla Direzione Generale per la Tutela dell’architettura, del paesaggio e dell’arte contemporanee del Ministero dei Beni Culturali e che purtroppo non c’è stata.

lapietra
Ugo La Pietra, Sistema disequilibrante, Il commutatore, 1967-70

Radicali un fenomeno esteso

Per comprendere il complesso fenomeno dell’architettura radicale in Italia occorre ribadire che Archizoom non agivano in solitaria, ma insieme a Superstudio, Ufo, 9999, Gianni Pettena, Zzigguratt, Remo Buti con i quali hanno condiviso un percorso comune. La forza dell’architettura radicale è stata l’unione dei gruppi separando chi, come Archizoom e Superstudio operava sul piano teorico e Ufo, 9999, Pettena che compivano azioni nello spazio pubblico: gli urboeffimeri di Ufo (strutture gonfiabili che venivano usate come strumenti di lotta contro la polizia e dove vi era una partecipazione attiva dei cittadini), le proiezioni sul Ponte Vecchio dei 9999 (il cui obiettivo è definire comportamenti nuovi e una diversa fruizione, nello specifico, del monumento), le performances di Pettena con l’inserimento di parole-oggetto negli spazi urbani. Il tutto mediato e filtrato dalla cultura dell’happening inventato da Allan Kaprov, dagli environmentalist americani, dalle culture dell’avanguardia, futurista e dada, fino agli artisti cinetici Gruppo T, Colombo, Boriani e De Vecchi. Insomma dalla grande sperimentazione attiva negli anni sessanta del Novecento, che ha attraversato le arti rompendo i confini disciplinari, la de-strutturazione del linguaggio, l’attraversamento disciplinare teorizzato e applicato da Ugo La Pietra a Milano con il Sistema disequilibrante (con le riviste In e In più da lui fondate nei primi anni settanta), i fotoromanzi del gruppo Strum sulla lotta per la casa; isolato dal gruppo fiorentino ma altrettanto interessante l’opera del designer Riccardo Dalisi e i suoi laboratori con i bambini nel rione Traiano a Napoli ma siamo già negli anni settanta.

Sono quattro i momenti importanti per l’architettura radicale. La mostra-incontro “Utopia e/o rivoluzione” organizzata a Torino nel ’68 da un gruppo di assistenti alla facoltà di architettura, denominatosi U e/o R (Pietro Derossi,Giorgio Ceretti e Carlo Gianmarco, Aimaro D’Isola, Adriana Ferroni, Elena Tamagno, Graziella Derossi), mettendo in relazione i gruppi italiani che si contrapponevano al sistema e lottavano contro il modello consumistico, i radicali, con i protagonisti del dibattito dentro e fuori l’architettura. Furono invitati Paul Virilio e Claude Parent (Architecture Principe), Paolo Soleri, Archigram, Yona Friedman, Utopie Group, Archizoom, Noam Chomsky, James Agee, Lara Vinca Masini, Achille Bonito Oliva (in occasione dei quarant’anni dal convegno, la rivista digitale Archphoto.it e Ordine degli architetti di Torino organizzano una giornata dedicata a Utopia e/o rivoluzione entro la fine dell’anno). Il secondo importante evento fu nel 1972, quando Emilio Ambasz cura al Moma la mostra “Italy: the new domestic landscape” dove tutti gli architetti radicali vengono invitati, è la consacrazione internazionale proprio quando il movimento sta per esaurire le sue energie.

derossi
Marcatre 50/55, numero monografico dedicato al convegno Utopia e/o rivoluzione

E’ infatti nel ’73 con la copertina di Casabella dedicata alla Global Tools, “ un sistema di laboratori a Firenze per la propagazione dell’uso di materie e tecniche naturali e relativi comportamenti” che finisce l’esperienza radicale. Nel novembre dello stesso anno ABO organizza a Roma, nel parcheggio di Villa Borghese realizzato da Luigi Moretti, “Contemporanea” dove invita Archizoom, Ufo, Pettena, Strum, La Pietra, Ettore Sottsass Jr; un’altro gigante che ci ha lasciato lo scorso anno e che ha avuto un ruolo importantissimo nella diffusione del pensiero radicale, con Fernanda Pivano e la rivista Pianeta Fresco.

[Emanuele Piccardo]

L’articolo, uscito per il quotidiano Il Manifesto in una versione diversa, qui, invece, nella versione completa è dedicato alla memoria di Paolo Galli del gruppo 9999, prematuramente scomparso. Archphoto produrrà entro l'estate del 2009 il dvd sulle interviste video
agli architetti radicali, chi è interessato puo inviare una mail a info@archphoto.it